
Antonino Scopelliti, “ninuzzo” per gli amici, era un magistrato calabrese, nato e cresciuto a Campo Calabro, prima di trasferirsi a Milano e poi Roma dove divenne sostituto Procuratore generale presso la Suprema Corte di Cassazione, dove era considerato il numero uno dei sostituti procuratori generali. Un garante del diritto, non “ammazzava le sentenze”: Scopelliti era uno di quelli che le condanne spesso chiedeva di confermarle, senza distruggere il lavoro dei suoi colleghi in primo grado ed in appello. Si occupò dei più grandi processi della storia italiana degli anni 70-80: dalla mafia, alla camorra, alle stragi di terrorismo, al processo Moro, a quello del Capitano Basile, fino ad accettare la pubblica accusa nel maxi-processo a Cosa Nostra. Era maggio, correva l'anno 1991. In parole povere Antonino Scopelliti avrebbe certamente indirizzato la Cassazione verso la conferma delle condanne che Falcone e Borsellino infersero in primo grado a Palermo a personaggi del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Si narra che alcuni esponenti di Cosa nostra, in accordo scellerato con la 'ndrangheta, cercarono di avvicinare il magistrato per proporgli una consistente somma di denaro (si parla di 5 miliardi per parola del Giudice Antonino Caponnetto) per desistere e accogliere i ricorsi dei boss; Scopelliti naturalmente rifiutò ed andò avanti nel suo lavoro. Era il 9 Agosto del 1991, quando lo uccisero, aveva 56 anni ed era padre di Rosanna, una bambina di soli 7 anni. A settembre Scopelliti avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa in Cassazione ed in virtù di ciò si fece mandare le carte del processo da Roma per cominciare a studiare la requisitoria. Era da solo in macchina, senza scorta (da lui rifiutata perchè ritenuta uno status symbol), stava percorrendo la strada di casa, in località Campo Piale, fu affiancato da un commando che gli sparò due colpi di lupara, facendogli perdere il controllo della macchina, che precipitò nella scarpata sovrastante l'area di servizio autostradale di Villa San Giovanni. Il commando volle controllare se l'uomo fosse ancora vivo e firmò l'omicidio con un colpo di grazia sparato con una P38. Ai funerali di Scopelliti, a Campo Calabro, arrivò un uomo baffuto dall'altra parte dello Stretto, un magistrato, si chiamava Giovanni Falcone. Furono emblematiche quelle parole sorde, cupe, nette, lapidarie. Quattro parole quattro pronunciate a fianco della bara del suo collega ed amico ucciso: “il prossimo sono io”. Profetico: il 23 maggio del '92, a Capaci, viene fatto saltare in aria assieme agli uomini della sua scorta. Sono trascorsi appena nove mesi dall'omicidio Scopelliti. Per il “giudice solo” la Calabria fu protagonista di una settimana di lutti e strette di mano, poi il nulla. <>. Ed ancora: <>.