Capaci: 18 anni di bugie e una coscienza che non c'è.
di Sonia Alfano
Come ogni anno, il 23 Maggio si commemorano le vittime della strage di Capaci: il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Vittime della mafia, sì: di Stato. Oggi questa ‘ipotesi‘ si fa sempre più ‘verità‘.
Il miglior modo per commemorare questi uomini, morti per senso del dovere e per la voglia di liberare il Paese da una morsa che ancora oggi lo tiene in scacco, sarebbe quello di avvantaggiare le indagini sull’Addaura e sulla stessa strage di Capaci. Sono morti per noi. Questo non bisogna dimenticarlo mai, altrimenti si rischia di dare alle stragi e alle morti per mano mafiosa il significato sbagliato. Sulla strage di Capaci, come su quella di Via D’Amelio, sono stati troppi i depistaggi, troppe le coperture. Oggi è una nuova stagione di indagini, ma non bisogna sottovalutare l’operato dell’attuale governo in materia di antimafia. Delle leggi italiane al riguardo, hanno fatto un sol boccone. Per capire il nostro Paese oggi, bisogna fare riferimento alle stragi, e per capire le stragi bisogna fare riferimento alla situazione odierna del Paese.
A chi in ogni occasione dice che qualcuno ‘nel giorno del dolore strumentalizza‘ rispondo che le belle parole lasciano il tempo che trovano, ed è ora di far parlare i fatti! Il governo in carica, purtroppo, ha proposto ed approvato delle leggi-vergogna che in un Paese civile non potrebbero essere nemmeno immaginate, togliendo ai magistrati gli strumenti per le indagini, e ai giornalisti la possibilità di informare i cittadini. Siamo tutti preparatissimi su misteri come ‘Cogne‘ e ‘Garlasco‘, ma siamo molto meno informati sui processi di mafia. Solo chi si informa in rete sa che a Palermo si celebra il processo a Mori e Obinnu. Quale tg nazionale se ne occupa? Chi ne parla in tv?
E mentre il Ministro della Giustizia Angelino Alfano parla di lotta alla criminalità organizzata e di giovani che pensano di poterla sconfiggere, mentre il Presidente del Senato Renato Schifani inaugura villaggi ‘del diritto e della legalità‘, il giudice Tona, Gip di Caltanissetta, riceve un secco ‘no‘ dal Csm, al quale aveva chiesto una proroga per non far ‘perire‘ le sue indagini sull’Addaura in virtù della legge Mastella. Di questo, non una parola dal Presidente del Csm e Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Quindi la lotta alla mafia in cosa consiste? In commemorazioni durante le quali si mette alla prova il proprio bagaglio lessicale? NO! La lotta alla mafia la si fa aiutando magistrati e forze dell’ordine a proseguire nel proprio lavoro. E invece, leggi anti-pentiti, abolizione delle intercettazioni, scudi fiscali, beni confiscati rivenduti all’asta…e tagli ai fondi per la Polizia e i Carabinieri! Questa è l’antimafia dello Stato italiano, oggi. Anche su questo, nessun accenno dal Presidente del Csm e della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro non ci sono più. Ci hanno lasciati il 23 Maggio del 1992. Gli agenti Nino Agostino ed Emanuele Piazza, ci hanno lasciati qualche tempo prima, e sono convinta che i loro sacrifici sono legati al fallito attentato all’Addaura.
Ecco, queste persone sono state sacrificate e non possiamo più riportarle tra di noi.
Ma possiamo ricordarle continuando, ognuno per la propria parte e secondo le proprie possibilità, la loro opera. Possiamo far sì che nessun magistrato oggi venga lasciato solo. Quindi possiamo scegliere di stare dalla parte di Ingroia, Di Matteo, Lari, Tona, Morosini, Gatto, e tutti gli altri giudici che stanno sacrificando la propria vita familiare e privata per le indagini ed i processi di mafia, coscienti del fatto che avranno migliaia di bastoni tra le ruote, e consapevoli del fatto che rischiano di essere definiti ‘pazzi‘ o ‘deviati mentali‘ dal Presidente del Consiglio e dai suoi lacchè. Dobbiamo necessariamente confidare nella loro caparbietà, nel loro coraggio e nel loro spirito di abnegazione. Ma loro devono poter confidare in noi: nei cittadini.
Ricordo ancora gli sguardi, le urla, la rabbia mostrati durante i funerali degli agenti di scorta di Paolo Borsellino, assassinati nella strage di Via D’Amelio. Ogni volta che rivedo quelle immagini mi chiedo ‘Ma dov’è finita quella passione? Dov’è quella rabbia? Quell’indignazione? Che fine hanno fatto?‘. Non possiamo lasciare spazio alla rassegnazione. A chi ha sacrificato la propria vita nella lotta alla mafia dobbiamo ben altro. E siamo ancora troppo lontani dalla realizzazione del tributo che quelle vittime meritano.
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