Ventennale Beppe Alfano - 7/8 gennaio 2013
Date e nomi da non dimenticare
16 giugno 1982 - Strage della circonvallazione

Comunicati
MAFIA. CROCETTA RICEVERA’ FAMILIARI VITTIME VENERDì 21 GIUGNO
Sonia Alfano: è già un buon inizio PALERMO, 17 GIU - Il sit-in organizzato questa mattina dai familiari delle vittime innocenti di mafia è stato sciolto dopo che il Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, ha fatto sapere che riceverà i manifestanti il prossimo venerdì, 21 giugno. “Siamo soddisfatti e ringraziamo il Presidente Crocetta per la disponibilità. Speriamo che questo incontro porti ad una positiva risoluzione del caso di Milly Giaccone e che il Presidente voglia farsi carico di tutte le nostre legittime istanze”, hanno dichiarato i familiari delle vittime a margine del sit in. “La disponibilità del Presidente Crocetta - ha detto Sonia Alfano, Presidente dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia - è già un buon inizio. Attendiamo adesso che l’incontro avvenga e che porti ai risultati sperati”. » Leggi tuttoArticoli
Lettera aperta alla I commissione del CSM: allontanare Pg Cassata da Messina
di Sonia Alfano Il procuratore generale di Messina, Antonio Franco Cassata, va trasferito non soltanto per l’incompatibilità generata dalle indagini a carico del figlio (per associazione a delinquere finalizzata alle truffe assicurative), ma per fatti ancor più gravi. Di seguito la lettera aperta che ho scritto alla prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura: Il procuratore generale di Messina, Antonio Franco Cassata, è stato di recente condannato in primo grado per diffamazione pluriaggravata ai danni del prof. Adolfo » Leggi tuttoLucia Riina: figli di mafia, artisti per caso
di Sonia Alfano tratto da ilfattoquotidiano.it “Di me molti conoscono soltanto le chiacchiere e le polemiche. Ma io non sono qui per fare chiacchiere, proclami o polemiche, per me sterili, ma perché ho qualcosa di concreto da offrirvi. Fin da quando ero bambina ho sempre avuto la passione per il disegno, ricordo che mamma e papà cercavano sempre di procurarmi album e matite ovunque eravamo e dovunque stavamo. Io ero piccola e non capivo, però mi entusiasmava l’idea che ad ogni nuova residenza c’erano ad attendermi matite ed album nuovi, da riempire con pesciolini, lumachine, farfalline e tutto quello che la fantasia di una bambina di 6-7 anni poteva partorire”. Mamma e papà sono Antonietta “Ninetta” Bagarella e Salvatore “Totò” Riina. A scrivere è l’ultimogenita dei due, Lucia. Ancora una volta, quindi, i figli di mafia tentano di balzare agli onori della cronaca per le loro “straordinarie” gesta. Parla di “chiacchiere” la figlia del boss, oggi impegnata attraverso il suo sito internet nella vendita di “souvenir” targati Riina. Omette però di dire che il padre è stato condannato con sentenza definitiva per i più efferati delitti mafiosi compiuti nella storia e che gli ergastoli sulle sue spalle ormai non si contano più: centinaia di morti ammazzati, enormi quantità di sangue innocente versato sulle nostre strade. Questo è Salvatore Riina. Altro che “chiacchiere”. Difficilmente quindi l’operato e le buone intenzioni di Lucia Riina potranno commuovere qualcuno, dal momento che non ha mai – e dico mai – preso le distanze dagli atroci atti compiuti dal padre. E’ inconcepibile che il figlio di un feroce boss mafioso cerchi la compassione della pubblica opinione citando fantomatici “proclami”. “Ad ogni nuova residenza c’erano ad attendermi matite ed album nuovi”, scrive. Come se il padre si fosse occupato di fare l’amministratore delegato di una grande azienda e non il latitante. Sono parole che fanno raggelare il sangue. La sensazione che prova il familiare di una vittima innocente, nel leggere questa sinistra sortita, è di essere preso in giro, dileggiato. Si tratta di una mancanza di rispetto degna soltanto di una persona che ragiona con mentalità mafiosa, a prescindere dal casellario giudiziale. E’ un Paese alla rovescia quello in cui i figli delle vittime innocenti sono costantemente impegnati nella difesa della memoria dei propri cari, spesso infangata e oltraggiata, mentre i figli dei carnefici sottolineano, anche solo tra le righe, di avere la fedina penale pulita. Bisognerebbe che i “figli di mafia” comprendessero che non basta “differenziarsi” dai propri padri criminali, ma anche riconoscere e rinnegare pubblicamente la crudeltà e la disumanità di quei padri stessi. Pertanto, se Lucia Riina vuole davvero apparire come una benefattrice, lontana dal pianeta criminale nel quale è cresciuta, non basterà devolvere il 5% delle sue vendite ad un’organizzazione come “Save The Children” (che, tra l’altro, ha smentito di aver avuto contatti con la figlia del boss e mi auguro rifiuti eventuali “offerte” da parte sua). Per riscattarsi almeno parzialmente, bisognerà che Lucia Riina riconosca di provenire da un mondo violento e ingiusto e che denunci all’autorità giudiziaria il suo patrimonio illecito, accumulato dalla sua famiglia per mezzo dello spargimento di tantissimo sangue innocente. Altrimenti, avrà fatto solo “chiacchiere”. Lei.Scritto da Redazione On 05.06.13
Targa a Beppe Alfano storpiata in “Bebbe” ...
di Sonia Alfano
tratto da ilfattoquotidiano.it
“Via Bebbe Alfano”. Accade a Trapani. Il Comune, a insaputa della famiglia, decide di intitolare una strada all’ultimo giornalista ucciso dalla mafia in Sicilia: mio padre. Pare sia passato parecchio tempo dall’affissione della targa nella zona di Fontanelle Sud, e c’è chi continua a chiedersi chi fosse questo “Bebbe”. Già, perché mio padre, ucciso l’8 gennaio del 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto (Me), si chiamava “Beppe”. Non so quale amministrazione abbia deciso di compiere un gesto così bello e apprezzabile, ma so per certo che nessuno ha chiamato me, né gli altri componenti della mia famiglia, per avvertire di questa decisione. Certo vedere il nome di mio padre grottescamente storpiato, sicuramente involontariamente, mi ha turbata. Se non altro perché mi è stato riferito che sono stati molti i cittadini a chiedere che quella targa fosse rimossa e sostituita con un’altra, corretta. Inutilmente. Allora ho deciso di scrivere personalmente al sindaco di Trapani, Vito Damiano, per fare la stessa richiesta. Così, il 3 maggio scorso, ho inviato una breve lettera ai suoi uffici, nella speranza di ricevere una risposta. Speranza risultata vana, nonostante la vicenda sia stata raccontata anche dalla stampa. Verrebbe da pensare, a questo punto, che si tratti davvero di una forma di scherno nei confronti di chi ha sacrificato la propria vita per la verità e la giustizia. Del resto, Vito Damiano è colui che, di fronte a una platea di studenti di una scuola media, disse che “i progetti dove si parla sempre e solo male della mafia, in realtà danno importanza ai mafiosi”.
Scritto da Redazione On 08.05.13
Mafia, riabilitare le vittime innocenti
di Benny Calasanzio Borsellino tratto da ilfattoquotidiano.it Ci eravamo rassegnati, noi familiari di Giuseppe e Paolo Borsellino, gli imprenditori di Lucca Sicula uccisi da cosa nostra nel 1992 a causa della loro schiena dritta, a restituire loro l’onore della memoria al di fuori dalla aule di giustizia, che dopo un ventennio ci avevano dato solo il killer di mio nonno Giuseppe, Emanuele Radosta; niente mandanti e niente di niente rispetto all’omicidio di mio zio Paolo, dalla cui morte il prossimo 21 aprile saranno trascorsi 21 anni. Avremmo rimediato noi parlando con la gente, raccontando all’Italia intera chi erano questi due uomini guidati non dal coraggio ma dalla dignità. Ci eravamo rassegnati ad accettare, dopo le beffe processuali, anche la revoca del riconoscimento di vittima innocente della mafia a mio zio Paolo; nessuno dei miei familiari aveva la forza di combattere ancora, non contro la mafia, ma contro la cieca burocrazia. “Diamoci da fare per raccontare la verità in giro, sui giornali, in tv, sui libri” ci eravamo detti. Essere vittima innocente della mafia vuol dire che, alla luce di indagini approfondite, non risulta alcun legame con ambienti criminali. Che la vittima è innocente e cristallina, uccisa per la propria onestà o per sbaglio. E vittime innocenti della mafia, mio zio e mio nonno, lo erano stati riconosciuti immediatamente. Per tutti gli uffici essi erano morti per difendere con le unghie e con i denti la loro azienda di calcestruzzi dagli appetiti mafiosi. Poi, nel 1998, la Prefettura di Agrigento comunica che la posizione di Paolo necessita di approfondimenti, e nel 2001 ad egli viene revocato il riconoscimento. La ragione è molto semplice: in seguito all’esame di un collaboratore di giustizia, Salvatore Inga, la Direzione distrettuale antimafia di Palermo (competente su Agrigento) si convince che mio zio Paolo sia stato ucciso perché poteva aver avuto un ruolo nell’assassinio di un boss di Villafranca Sicula, Stefano Radosta, che, secondo il pentito, pretendeva il pagamento di un debito risultato poi inesistente. La DDA, celerissima nell’avvalorare le propalazioni del “prezioso” collaboratore, tralascia però di comunicare alla Prefettura che le dichiarazioni di Inga vengono considerate assolutamente inattendibili con sentenza del 26 luglio 2003 della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05, che assolve Mario Davilla, Calogero Sala e Giuseppe Maurello dall’omicidio di mio nonno Giuseppe; tutti assolti proprio perché quanto dichiarato dal pentito non merita alcuna credibilità: “il giudizio di ‘intrinseca attendibilità’ sbrigativamente formulato dai primi giudici in ordine all’intero racconto di Inga, appare non tenere minimamente conto dell’effettivo contesto emerso dalle indagini svolte dagli inquirenti ancora prima della uccisione del Borsellino e di altre emergenze processuali di segno opposto” scrivono i giudici di Appello. Dunque mio zio rimane una vittima “non” innocente nonostante il suo accusatore sia stato sconfessato su tutta la linea e non esista nient’altro sul suo (cristallino) conto. Appare scontato come la ragione di tutta questa manovra mafiosa, che ha avuto Inga come suo strumento, fosse quella di cancellare il sacrificio fatto da due persone per bene, infangando la loro memoria. Siamo rimasti in silenzio per otto anni. Nessuno di noi se la sentiva più di immergersi ancora una volta nelle carte per dimostrare la totale innocenza di mio zio Paolo. Ci eravamo, semplicemente, rassegnati. Fino ad oggi. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di ricominciare, abbiamo capito che la nostra battaglia non poteva finire così. Così dopo un lungo lavoro di studio delle sentenze, delle note della DDA e della Prefettura, abbiamo presentato pochi giorni fa un corposo ricorso contro quella che, stando proprio alle sentenze, è una colossale ingiustizia condita da superficialità nel momento in cui, venuta a galla la verità, nessuno si è preoccupato di riabilitare mio zio Paolo e presentare delle scuse ai suoi familiari. Noi familiari siamo colpevoli di aver fatto trascorrere otto lunghissimi anni prima di reagire. E di questo dobbiamo scusarci in primis con mio zio Paolo. Abbiamo lasciato che la sua memoria venisse infangata da un pataccaro vestito da collaboratore di giustizia. Ma eravamo, tutti noi, impegnati a sopravvivere a quanto era accaduto vent’anni prima. Ora che abbiamo iniziato, non ci fermeremo più fino a quando mio zio non avrà quello che gli spetta, ovvero il riconoscimento di vittima innocente della mafia.Scritto da Redazione On 10.04.13
Le Vostre Mail
LETTERA APERTA IN DIFESA DI SONIA ALFANO E DI TUTTI I FAMILIARI VITTIME DELLA MAFIA
di Chiara Siragusano
Prima di cominciare a esporre la mia indignazione per quello che sta succedendo nelle ultime ore ci tengo a precisare che non scrivo questa lettera perché Sonia Alfano ha bisogno di un avvocato o perché non si sa difendere. Queste righe saranno scritte da una giovane barcellonese informata ed indignata e che una testa per pensare magari ce l’ha. Ho conosciuto Sonia Alfano nel gennaio 2008 per la commemorazione di suo padre e posso dire con certezza che quell’incontro ha completamente cambiato la mia vita. Da quel giorno è cominciato un lungo cammino che mi ha arricchita sotto molti punti di vista, un cammino basato su ideali di verità, giustizia e legalità, ma soprattutto basato su una libera informazione. E proprio questa informazione mi ha fatto capire come realmente girano le cose in questo Paese, a tal punto da comprendere che forse non siamo poi così liberi, soprattutto se pensiamo che chi ci governa è un uomo che aveva in casa un noto boss siciliano, tale Vittorio Mangano, presentatogli dal fedele amico Marcello Dell’Utri, attuale » Leggi tutto
I Familiari Scrivono
La ribalta mediatica dei mafiosi e il marketing di Miccichè
di Sonia Alfano
La ribalta mediatica dei mafiosi e dei loro figli lascia per forza di cose l’amaro in bocca a onesti cittadini e a familiari delle vittime innocenti della mafia. E’ successo più d’una volta. Se poi i mafiosi o i loro figli utilizzano la rete o le testate giornalistiche per lanciare messaggi subliminali o implorare pietà, quella moderata sensazione non può che trasformarsi in un incontenibile sdegno. E’ quello che è accaduto nelle ultime ore. «…Mi rivolgo innanzitutto ai parenti delle vittime di mafia. Di essi condivido lo sdegno e comprendo l’ira, ad essi, se la Cassazione deciderà in via definitiva che sono mafioso, seppure estraneo alle loro sofferenze ma colpevole dell’identità inflittami, chiederò perdono, ma ad essi sento di rivolgermi come a compagni di un medesimo viaggio, titolari di quello che Gibran ha chiamato il comune destino in cui “insieme sono intessuti il filo bianco e il filo nero e, se il filo nero si spezza, il tessitore dovrà esaminare la tela da cima a fondo e provare di nuovo il suo telaio.” Ad essi » Leggi tutto
Appuntamenti
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Graziella Campagna aveva diciassette anni quando fu ammazzata a Forte Campone, una collina sopra Messina. Era nata il 3 luglio del 1968 e faceva la stiratrice nella lavanderia la “Regina”, a Villafranca Tirrena. Guadagnava 150mila lire al mese, al nero, e così aiutava la famiglia: padre, madre e 7 fra fratelli e sorelle. La sera del 12 dicembre del 1985, intorno alle 20, mentre aspettava l’autobus che l’avrebbe riportata a casa, a Saponara, fu caricata sopra 


